Le notti difficili – Storia di un sonnambulo – 1. La prima volta

Si fa presto a dire sonnambulismo. Che – come recita la nota enciclopedia libera Wikepedia – è un disturbo del sonno caratterizzato da attività motorie semplici o complesse, spesso finalizzate, di tipo automatico e coperti da amnesia (raramente se ne ha un ricordo onirico).

Perché se è vero che colpisce

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Il Babau di Dino Buzzati

più frequentemente i bambini dai 7 ai 14 anni, scomparendo con l’adolescenza, è altrettanto vero che può insorgere o rimanere negli adulti. Sempre Wikepedia:  I sonnambuli possono arrivare a uscire dal letto mentre stanno ancora dormendo, e camminare, uscire di casa, mantenendosi in stato di incoscienza. È opinione comune, invece, che non esista alcun trattamento efficace. Spesso si pensa che svegliare i sonnambuli sia assai pericoloso: in realtà il vero pericolo è lasciare dormire la persona che soffre di sonnambulismo, perché potrebbe provocarsi danni inconsciamente, ad esempio uscendo di casa, sul balcone o in strada. Continua a leggere

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Il mio Tirano – Ricordi di un alpino – 23. La caserma semidistrutta da un incendio!

L’intervento riuscì perfettamente. Passai qualche giorno a letto, poi riuscii ad alzarmi, camminando con due stampelle e senza appoggiare la gamba per terra. Dovetti rimanere altri 12 lunghi giorni e così, dopo 28 giorni di licenza, potevo rivedere il sole (per quanto fossimo a novembre). Il gambone di gesso completo di piede era stato sostituito da una più “agevole” doccia gessata dall’inguine alla caviglia. Però mi consentiva di appoggiare

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La caserma dopo l’incendio

il piede a terra anche se non potevo caricare il peso della gamba.

Il sole durò poco visto che nel pomeriggio mi dovetti presentare all’Ospedale Militare di Baggio, quello a poche centinaia di metri da casa mia. Qui le cose andarono “quasi” bene. Fui indirizzato al cd. reparto osservazione, dove dormii la notte (vestito con la mia tuta del 122° corso, visto che le lenzuola non sembravano proprio pulite…) Continua a leggere

Storia di un cane e di un uomo – 12. Lo straziante addio

Svegli entrambi ci guardavamo. Gli occhioni dolci della mia cagnetta erano senza gioia. Sembrava non sopportasse più di stare male. Alle 6 ci alzammo e mentre Angelica si preparava per andare a scuola io cercai di dare da mangiare a Birba. Ma nemmeno l’omogeneizzato la attirava più. Le porgevo il dito, ma lei girava il muso da un’altra parte. La forzai un poco, a volte mettendole il cibo in bocca. Lei deglutiva controvoglia.2012-07-10-053_20140119T173705-339

Uscimmo, la caricai in macchina e portai Angelica a scuola. Nel ritorno ci fermammo, come negli ultimi giorni, da Cesare. Le mise la solita flebo. Birba stava docile, accucciata e fissava il vuoto.

–  Mi sa che siamo proprio giunti al capolinea.

Questa volta sentii ed ascoltai Cesare.

–  Ma sta soffrendo, secondo te?

–  Adesso sì. Continua a leggere

Storia di un cane e di un uomo – 11. La situazione peggiora…

Dopo la flebo della mattina del sabato, Birba stava un po’ meglio. Camminava, anche se a fatica. C’era un bel sole e la portai a fare una passeggiata. Ma si capiva come non ne avesse molta voglia. Per vedere di stimolarla e farla riprendere, oltre alle medicine che mi aveva prescritto il veterinario, decisi di prepararle un bel pranzetto. Roast-beef, riso. Birba mangiò con gusto, era un piacere vederla. Dopo la scorpacciata sembrava anche stesse molto meglio.

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…la portai a fare una passeggiata. Ma si capiva come non ne avesse molta voglia.

Accoccolata sul suo divano procedeva alla solita attività “digestiva”: leccarsi continuamente la zampa sinistra, come faceva ormai da molti anni. Chissà perché… Speravo davvero che tutto si risolvesse: anche se aveva quasi 16 anni – e nonostante i problemi con il pancreas da giovane – Birba è sempre stata forte e sana. Continua a leggere

Il mio Tirano – Ricordi di un alpino – 22. L’intervento al ginocchio

Era il 6 ottobre. Ero di nuovo a casa, con una licenza di quattordici giorni in cui sarei dovuto assolutamente dovuto riuscire a farmi ricoverare, pena il ritorno obbligato a Malles. In realtà camminavo a fatica con il ginocchio bloccato e forti fitte di dolore non appena mi capitasse di fletterlo o estenderlo.

Ma grossi problemi sui tempo di ricovero al Galeazzi

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L’Ospedale Galeazzi di Milano

non ce ne sarebbero dovuti essere in quanto – oltre ad essere il chirurgo a conoscenza del mio problema – tramite un cugino di mia madre avevamo un aggancio con un funzionario dell’amministrazione dell’ospedale.

A dire il vero temevo un po’ per i tempi: sapevo che per un’operazione come la mia mi avrebbero poi dato 60gg di licenza di convalescenza, e volevo evitare di dover rientrare all’ospedale Militare, tanto “amato“, giusto per Natale… Continua a leggere

Quando intervistai Massimo Moratti, il “veronese”

Chi mi conosce sa che sono tifoso di calcio, per la precisione interista. Quando ero bambino c’era la Grande Inter del presidente Moratti e del “mago”  Helenio Herrera. “SartiBurnichFacchettiBedinGuarnieriPicchiJairMazzolaPeoròSuarezCorso”

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La Grande Inter Campione d’Italia, d’Europa e del Mondo

 era questa la formazione che ripetevo così, come scritta, senza pause, tutta d’un fiato. Poi la Grande Inter finì, Moratti vendette la società a Fraizzoli. Ma noi interisti sognavamo solo che la squadra tornasse alla famiglia Moratti. E il 25 febbraio del 1995 la speranza diventò realtà, e mentre Giorgia cantando sul palco dell’Ariston vinceva Sanremo con Come saprei, Massimo Moratti acquistava dal presidente Pellegrini le quote di maggioranza dell’Inter diventando il nuovo presidente. Continua a leggere

Storia di un cane e di un uomo – 10. La Birba si ammala

Il weekend del 18-19 febbraio 2017 andammo, come spesso succedeva, a trovare mio papà a Tradate, in provincia di Varese. Appena arrivati Birba fece le consuete feste all’anziano “nonno” e cominciò a controllare che tutto fosse in ordine: la sua ciotola, la sua cuccia, tutto l’habitat che ben conosceva. A volte infatti aveva passato alcuni giorni con i miei, quando c’era ancora mia mamma, e anche dopo mio papà se ne era preso cura, quando io dovevo andare all’estero e dovevo necessariamente prendere l’aereo.

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Birba sulla “sua” poltrona a casa del nonno

Poi Birba si diresse decisa verso la “sua” poltrona, che mio padre aveva – come sempre – preparato coprendola con il consueto lenzuolo azzurro.

Birba si trovava bene un po’ dappertutto, era un cane accomodante e socievole. Ma a casa del nonno in modo particolare, forse perché era l’unica casa che era rimasta una presenza costante nella sua vita.

Il weekend trascorse nella normalità: una gita al lago Maggiore, le consuete passeggiate nei campi di granoturco dietro casa a Tradate; e Birba stava bene: camminava, correva, mangiava, dormiva. Tutto normale. Continua a leggere

Ma siamo matti?

Osservando i dati, forniti dall’Istat, si apprende come nel 2016 si sono verificati in Italia 175.791 incidenti stradali con lesioni, che hanno provocato 3.283 vittime. Dunque 9 morti al giorno. Nove persone che si alzano alla mattina, come ciascuno di noi, e non arrivano a sera perché coinvolte in un incidente stradale. La causa principale: la velocità. Causa o concausa fondamentale con la distrazione, la distanza di sicurezza insufficiente ecc.incidente

Allora viene da chiedersi: perché se tutti dichiarano inaccettabile questa strage giornaliera (anche se in “miglioramento” considerando i 7000 morti del 2001) non si fa nulla? Ma come, direte, ci sono i limiti di velocità, gli autovelox eccetera.

Che non servono a nulla, anzi.  Continua a leggere

Il mio Tirano – Ricordi di un alpino – 21. L’ospedale militare di Bolzano

Quel 30 settembre 1986 lasciavo Malles per cominciare una nuova (dis)avventura ospedaliera. E questa volta sapevo che sarebbe stata definitiva. Il nuovo crack al ginocchio (inaspettato, ma d’altra parte senza il legamento crociato c’era da prevederlo) aveva mandato all’aria i miei piani.

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Ospedale Militare di Bolzano

Che prevedevano lo sfruttamento della licenza premio per i mondiali, da prendere quando sapevo che avrei avuto il posto libero all’Istituto Galeazzi per farmi ricoverare e ricostruire i legamenti. Dopo 5 giorni passati in infermeria della Wackernell (coccolato e riverito) fui trasferito all’Ospedale Militare di Bolzano. Lì ci sarei stato poco, pensavo, tanto bastava che mi visitassero per darmi subito una licenza di convalescenza. Durante la quale, poi, avrei avuto tutto il tempo per essere ricoverato a Milano.

Ma tra i miei propri (logici) pensieri e la realtà c’era di mezzo l’imponderabile mare dei meandri burocratici dell’Ospedale Militare. Continua a leggere

La mia Celle – 34. Si gioca, ma non solo a calcio…

Come raccontato in La mia Celle – 30. La partita di pallone il calcio giocava la sua parte nel tempo che si trascorreva con gli amici. Ma c’erano altri sport a cui ci applicavamo in spiaggia. In primis la pallavolo, con il campo ottenuto nello spazio dietro le cabine (tirando una corda a guisa di rete fissandola tra le cabine della terza fila da una parte e quelle grandi e fisse (sotto il lungomare) dall’altra.

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Una fase di gioco a basket… Sullo sfondo tutta la compagnia schierata a fare il tifo

A pallavolo giocavano anche le ragazze e la cosa portava a una partecipazione più sentita e coinvolgente. Le squadre erano miste e il gioco prestava il fianco ad occasioni divertenti, battute (effettive e di spirito…) a go go. A pallavolo giocavamo anche in spiaggia, quando la stagione era avanzata e si liberava un po’ di spazio fra l’ultima fila di ombrelloni rimasti e il blocco di cemento su cui c’erano le cabine. In questo caso la “rete” veniva fissata da una parte alla balaustra del corridoio delle cabine e dall’altra ad un ombrellone chiuso. Sempre pallavolo (ma solo “a palleggi” si giocava in riva, sulla battigia, soprattutto durante e dopo le mareggiate, quando la stessa si allungava permettendo di avere maggior spazio (e minori proteste da parte dei poveri bagnanti che venivano costantemente schizzati per via delle nostre corse e dei tuffi disperati per non far cadere a terra la palla). Continua a leggere