La mia Celle – 15. La prima sbronza!

FonziePromo4Franco, dunque. Chissà come era comparso. Sicuramente lo introdusse in compagnia un qualcuno, ma non ricordo più chi. Per certo ricordo che aveva un carisma speciale, riusciva ad essere affascinante tanto alle ragazze (e molto…) quanto a noi ragazzi. Voce calda, pacata. Sempre sorridente, con quello sguardo profondo nei suoi occhi color del mare. Non ricordo che scatenasse gelosie fra noi maschi, anzi. Poi, diciamolo, era davvero una specie di “Fonzie” e la sua presenza garantiva un effetto calamita per le fanciulle e la cosa non dispiaceva affatto a nessuno.

Luglio, dunque. Franco colpì anche all’interno della nostra compagnia. Con la ragazza più giovane del gruppo, Roberta, la sorella quindicenne di Giulio. Lei era una bella ragazza, alta e slanciata, ma molto timida, ai tempi. Fatto sta che si misero insieme, scatenando un certo putiferio nella famiglia borghese di Giulio. Una sera il padre, un alto ed elegante signore, li trovò abbracciati e in piene effusioni amorose, su una panchina del lungomare, riparata dai pini marittimi, ma sempre “in vista”. Non gradì molto. Famosa la sua frase: “va bene abbracciarsi, ma erano avvinghiati da non riconoscere l’uno dall’altra…”. Credo che Franco non volesse rimanere invischiato in faccende familiari e la storia finì, storia di una settimana, peraltro nella media del nostro “Fonzie”.

E io? Come detto io ero “impegnato” con la ragazza di Milano e vissi quel 1977 in modo diverso, rilassato. Di giorno bagni su bagni – sperando sempre in una mareggiata – di sera a suonare e cantare, soprattutto Guccini, ovviamente. Il posto fisso era la panchina in pietra ricavata sotto la vecchia stazione, proprio di fronte alla gelateria “Da Manuelo” i cui clienti, seduti ai pochi tavolini all’esterno, diventavano il mio “pubblico”.

Luglio passò così. Agosto lo feci tutto in Inghilterra, partii proprio il 1° agosto e ritornai il 31. Avevo scelto agosto perché l’anno prima avevo trovato l’estate più calda del secolo di tutto il Regno Unito: sempre più di trenta gradi all’ombra e mai vista la pioggia in 28 giorni! Acqua razionata e i verdi giardini inglesi trasformati in gialli pagliai. Ma l’idea di fare le vacanze dalla Regina Elisabetta in agosto non si rivelò geniale, anzi. Praticamente trovai un clima autunnale – peraltro normale in quel paese- e mi presi tutta la pioggia e il freddo che avevo evitato l’anno prima.

Quando tornai a Celle il clima era il solito di settembre: clima di smobilitazione, in compagnia presenti solo i soliti noti dello zoccolo duro. Così, decidemmo – con Giorgio e Sergio – che era giunta l’ora di prenderci una bella sbornia.

vecchia stazione
Foto del 1977: si vede la stazioncina: sotto gli alberi c’era la panchina in pietra. A destra si intravede la tenda della gelateria. In fondo alla strada il tendone della pizzeria che ci ha visto ubriachi la sera del 3 settembre.

Organizzammo l’evento pubblicizzandolo a dovere. Il 3 settembre, noi tre e solo noi tre visto che nessun altro raccolse l’invito, sedemmo alle 20 in punto alla pizzeria della stazione, appena 50 metri dalla stessa e dalla gelateria. Ordinammo subito una caraffa di vino rosso della casa e cominciammo a bere e suonare (immancabile la mia chitarra). Chissà, forse pensavamo di emulare la bolognese Osteria delle Dame di gucciniana memoria. O forse la nostra età adolescenziale reclamava di provare nuove esperienze. Il vino non era un granché, anzi, ci pareva proprio che puzzasse di pesce. Ma – determinati nel raggiungere il nostro obiettivo – decidemmo che aiutati da fresca acqua minerale frizzante – la cosa sarebbe dovuta arrivare sino alla fine. La prima caraffa era già finita nei nostri stomaci quando già l’allegria aumentava e l’ebbrezza fece dimenticare il cattivo sapore del vino. Arrivarono le pizze. Si mangiava e si cantava a squarciagola. Seconda, terza caraffa. Un avventore, seduto due tavoli avanti del nostro – di mezza età, in compagnia della moglie – forse divertito o forse deliziato dalla nostra performance musicale (non sapremo mai) ci spronò a cantare, offrendoci due altri giri di “mezzi” di rosso. L’euforia era alle stelle! E anche l’alcol nelle vene…

Credo che alla fine Giorgio, Sergio e il sottoscritto si siano bevuti sette o otto caraffe di rosso e quattro o cinque bottiglie di acqua. Riuscimmo a pagare e ad uscire dal locale. Fuori trovammo i pochi altri, Franco compreso. Immaginate l’effetto di alzarsi in piedi dopo due ore di allegria e alcol, canti a squarciagola e alcol. Barcollanti e ebbri della nostra giovinezza cominciammo lo show. Prima la sbornia allegra: schiamazzi continui, battute a non finire, risate. Poi la fase triste: cominciai a piangere e confidai a Franco le mie pene di adolescente. Poi il lento – e faticoso per chi cercava di farci tornare a casa incolumi – ritorno. Sul lungomare Giorgio mandava a quel paese (in modo ovviamente volgare) chiunque vedesse. Sì, proprio chiunque. Bastava incrociasse il suo sguardo e lui: ma vaf…! Sergio era forse quello dei tre – anche se il più giovane – che cercava di mantenere un contegno. Io ad un certo punto ruppi totalmente i freni inibitori e iniziai a dire tutto ciò che pensavo a coloro che incontravo: collezionai una serie di figuracce e di gaffe che dovetti passare i due giorni successivi per fare il giro a scusarmi con tutti quelli che avevo apostrofato malamente! Ma ero allegro, di nuovo. Le cantavo a tutti e ridevo!

Quasi a casa, subito passato il sottopassaggio della ferrovia incontrai mio zio, in auto, sulla sua fiammante Alfetta. Lo salutai con la perfetta allegria dell’ubriaco. Vestivo un paio di jeans ed una t-shirt che all’origine era bianca e che era ormai tappezzata di tutte le sfumature del vino rosso.

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L’Alfetta del 1977 come quella di mio zio

“Ma sei ubriaco?” Mi chiese ridendo lo zio. E io scoppiando a ridere: “Si vede?” Poi cominciai a fargli un discorso sconnesso sulla velocità della sua auto e sulla media che poteva tenere da Milano a Celle… Una scena esilarante che a distanza di anni ricordavamo con mio cugino – che era seduto dietro – e lo zio stesso.

Nell’ultimo tratto di strada, dalla piazza a casa, passando per il Tabaccaio Nicoli e la Bussola, ci fu ancora il tempo per urlare a squarciagola tutto quanto ne avessi voglia. A distanza di quasi quarantanni ho chiaro il ricordo del senso di leggerezza che provavo, senza  freni di vergogna, educazione o buon senso. Andò bene, anche perché scortato dagli amici sobri, guidati dal “saggio” Fonzie – Franco.

Arrivato in casa, entrato a fatica e cercando – riuscendoci – a evitare che mia madre si alzasse, andai in bagno. Barcollavo, tutto mi girava, ma riuscii a svestirmi e a mettermi a letto. Felice della mia piccola “grande bravata” adolescenziale. O forse solo terribilmente assonnato, con un mal di testa incipiente e voglia di dormire senza pensare. Chissà.

So solo che la mattina dopo, tornandomi alla memoria le cose fatte – anche se non tutte, qualcuna me l’hanno poi raccontata gli amici – la sensazione non fu più gradevole. I freni inibitori erano tornati tutti al loro posto e la logica del ragazzo educato aveva ripreso il sopravvento.

Per fortuna. (O purtroppo?)

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