La mia Celle – 29. La Bussola

“Ci vediamo DALLA Bussola!”

Così dicevano i genovesi dandoci appuntamento. Perché mai usassero il “dalla” anziché il più corretto “alla” noi milanesi non lo capimmo mai. Ma sicuramente sapevamo tutti, in compagnia, cosa significasse quel bar. Che per noi, a dire il vero, era una specie di casa aggiuntiva. Era in primis il luogo di ritrovo, appunto.

la-bussola
La Bussola, oggi

Nei primi anni di adolescenza alle 21, poi sempre più tardi. Ci si trovava lì, fuori o dentro, appollaiati sulle alte ringhiere nere che seguivano la curva della strada, oppure seduti sulle sgangherate sedie di ferro e corda plastificata. Tutta la compagnia lì, per tutte le sere d’estate, per tutti gli anni. Ma era anche il buen retiro nelle giornate fuori stagione – per i ponti dei Morti e di Sant’Ambrogio, per le vacanze pasquali – quando il tempo era incerto e freddo. Anche d’estate era il rifugio per le giornate terribili, quelle di pioggia costante – perché comunque d’estate si andava in spiaggia anche se c’era brutto tempo o pioveva poco.

Bussola, sempre e comunque. Negli anni Settanta c’era il Juke-box e – soprattutto – uno dei primi videogiochi, dove si doveva distruggere degli asteroidi appena stilizzati. A questo gioco dedicavamo – specialmente noi maschi – lunghe partite, a volte in condivisione (giocando cioè in coppia per cercare di fare più punti). C’era un atmosfera di sana e goliardica competizione che ci coinvolgeva.

La Bussola fungeva anche da pizzeria, con forno elettrico. Niente di che ovviamente, ma ogni tanto ci concedevamo – o meglio concedevamo alla titolare – l’acquisto di una o due pizze, da dividere. Anche perché noi usavamo il bar come fosse casa nostra, cioè senza l’obbligo della consumazione. La proprietaria lo sapeva, e ci lasciava fare. Tanto un gelato, una bibita o parecchie monetine al juke-box e agli asteroidi arrivavano sempre.

A proposito di questo ricordo un gustoso aneddoto. Eravamo all’inizio dell’estate e come sempre ci trovammo alla Bussola. Io ero seduto alla solita sedia, la prima a destra, contro il muro uscendo dal locale. Eravamo seduti lì, in quattro o cinque, da pochi minuti, quando uscì un giovane cameriere, mai visto prima. Sicuramente un ragazzo assunto per la stagione. Questi con fare professionale si avvicinò al nostro tavolo e ci chiese cosa ordinassimo. Io guardai gli altri e ci venne da ridere. Poi, contrariamente alla mia indole, lo guardai negli occhi e gli chiesi:

 – Sei nuovo, vero?

– Sì.

– Be’ allora sappi che noi ci sediamo qui e non ordiniamo mai niente!

Il ragazzo mi guardò stupito. Dopo un attimo di esitazione rientrò. Lo spiammo dalla vetrina mentre parlava concitato con la titolare, indicandoci. Lei allungò il collo da dietro il bancone e, riconosciutoci, lo rassicurò. Era la prima volta in vita mia che prendevo una simile e decisa posizione! Negli anni la Bussola rimase sempre il simbolo della nostra compagnia, fino a quando non ci adeguammo alla massa, ritrovandoci in piazza, come tutti gli altri. Ma il 1° agosto, quando dopo 16 anni sono tornato a Celle, ho dato appuntamento ad Antonio proprio lì, alla Bussola. Erano le 8.30 del mattino, il locale era chiuso, le sedie più belle e moderne. Ma io mi ci sono seduto sopra alla “mia”, ripensando e rivivendo quegli attimi di fresca vita.

3 risposte a "La mia Celle – 29. La Bussola"

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  1. Dipende molto dal contesto. Ricordo che con Titti, Dada e Cocchi ci dicevamo sempre ci vediamo al Pitosforo, al Covo al limite alla Capannina (quando Titti aveva il Calafuria a Talamone). Quando c’era Fab, invece, si diceva dal Pitosforo o dal Covo perché, tanto, si sapeva già che non si cenava li. Fab infatti aveva la fissa di girare per Santa con quell’ orribile il Biturbo e non c’era modo di tenerlo dalla Piazzetta.

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  2. Alle nove dalla bussola: l’ho scritto anche quando ci domandavamo dove e quando vederci quarant’anni dopo… la tragedia è che adesso suona stonato anche a me…

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