La mia Smalp – Ricordi di un alpino – 16. L’infortunio

Erano passate 6 settimane da quel 9 gennaio, quando l’avventura del 122° corso AUC era cominciata. Giorno dopo giorno, fatica dopo fatica stavamo raggiungendo il primo obiettivo: il giuramento. Da sempre un evento importante per i soldati. Terminava la prima fase dell’addestramento, una fase che ci aveva visto provare tutte le componenti del corso: disciplina, preparazione atletica, studio in aula, poligono, marce, assalti, guardie. E addestramento formale che nell’ultima settimana veniva intensificato. Ma prima del fatidico giorno, fissato inusualmente in un giorno feriale, venerdì 28 febbraio, dovevamo affrontare una nuova esperienza al temuto campo di addestramento di Pollein.

Quel 21 febbraio si presentò in modo insolito. A cominciare dall’ordine di servizio che ci comandava di indossare le pedule e non i Vibram. Poi il tempo, stranamente bello e nemmeno tanto freddo come invece eravamo abituati. Io mi svegliai al suono del mio orologio, con una ventina di minuti di anticipo rispetto alla sveglia ufficiale.

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La Dora Baltea a Pollein

E la prima sensazione fu sgradevole: mi ero preso un bel raffreddore. Fino ad allora ero stato benissimo (sarà stata anche l’iniezione al petto?), quella mattina non era così. Ci preparammo e partimmo. Niente a che vedere con la precedente esperienza, tutta sotto la neve. Quel giorno il cielo era terso e il sole faceva brillare la copiosa neve che copriva il fondo valle aostano. Appena passato il ponte sulla Dora il Capitano fermò la Compagnia e si diresse con gli Sten verso la riva del fiume. Nessuno di noi al momento ne capì il motivo, ma il sorriso sardonico sul volto rugoso del nostro comandante non lasciava alcun fausto presagio.

Io non stavo poi così male. La camminata – questa volta non appesantita dallo zaino grosso con tanto di RV2 come la volta precedente – era corroborante e il raffreddore quasi un ricordo. Arrivammo al campo, indossammo le tute mimetiche bianche, mettemmo la neve sotto la retina dell’elmetto e cominciammo l’addestramento. Duro, come sempre. Incessante. Sbalza, rotola, corri, sbalza. Facendo via via tutte le fasi dell’assalto. Arrivati al reticolato basso lo sten del mio plotone, il 2°, mi dice di fare il caposquadra. Pronti via. Scatto, sbalzo. Appena comincio a rotolare… bang! Sento il ginocchio sinistro tendersi e sganciarsi come se fosse stato colpito. Ho proprio nelle orecchie il suono di un elastico che si rompe. Sento dolore, tanto. È un attimo, ma dura un’eternità. Come se tutto si fermasse intorno e io lì, nella neve, con un fucile in mano, lo zainetto tattico in spalla, un reticolato da passare di fronte a me. E una decisione da prendere. Cosa è stato? – mi chiedo. Sarà solo una piccola distorsione, roba da poco che passa? Cosa faccio? Se mi fermo e non ho niente faccio la figura del mammalucco. Se mi sono fatto male e il ginocchio non ha retto rischio di aggravare la situazione se non mi fermo…

Dovevo decidere, in quell’attimo eterno. Decisi di non decidere e di vedere come andava. Strisciai sotto il reticolato, ma sentivo perfettamente che non riuscivo a tenere la gamba sinistra a terra. Il ginocchio era flesso e non c’era verso di estenderlo. Se ne accorse anche il capitano che mi urlava di tenerla giù, quella cazzo di gamba! Io strinsi i denti, non so se sentivo ancora dolore, volevo solo arrivare di là e provare a correre. Ecco, sono fuori dal reticolato, mi alzo, corro…

Il dolore fu ancora più lancinante. Non pensai più. Alzai la mano. Era la resa.

I minuti seguenti furono solo rabbia e speranza. Non era possibile, non potevo perdere il corso per un maledetto ginocchio. Speranza perché già mi era capitato in passato di avere delle piccole distorsioni che erano guarite in poco tempo. La settimana che ci aspettava prevedeva molto addestramento formale, ma niente di estremamente gravoso. E così si alimentava in me la speranza. Forse con un paio di giorni di riposo… Ma il dolore aumentava e paradossalmente il ginocchio non si gonfiava.

Ero triste, molto triste, quando arrivò l’ambulanza. Una di quelle vecchie, un Fiat 238. Non ero mai stato su un ambulanza. Mentre mi avviavo, zoppicando il Capitano mi salutò: muoviti faccia da culo! Lo sbranai con gli occhi, credo che non avesse mai visto nel mio sguardo tanto odio cazzuto. Ma in realtà era il suo modo di essere preoccupato. Un modo tutto suo, ma lui era un tipo particolare, già ce ne eravamo accorti.

Sdraiato sul lettino dell’ambulanza mi sentivo solo. Solo contro la sfortuna, solo con i miei conati di vomito ad ogni curva. Solo perché non sapevo cosa mi sarebbe accaduto in seguito. Intanto c’era il weekend davanti. Due giorni per sperare nel miracolo.

16. continua

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