Il mio Tirano – Ricordi di un alpino – 21. L’ospedale militare di Bolzano

Quel 30 settembre 1986 lasciavo Malles per cominciare una nuova (dis)avventura ospedaliera. E questa volta sapevo che sarebbe stata definitiva. Il nuovo crack al ginocchio (inaspettato, ma d’altra parte senza il legamento crociato c’era da prevederlo) aveva mandato all’aria i miei piani.

osp. mil. bz
Ospedale Militare di Bolzano

Che prevedevano lo sfruttamento della licenza premio per i mondiali, da prendere quando sapevo che avrei avuto il posto libero all’Istituto Galeazzi per farmi ricoverare e ricostruire i legamenti. Dopo 5 giorni passati in infermeria della Wackernell (coccolato e riverito) fui trasferito all’Ospedale Militare di Bolzano. Lì ci sarei stato poco, pensavo, tanto bastava che mi visitassero per darmi subito una licenza di convalescenza. Durante la quale, poi, avrei avuto tutto il tempo per essere ricoverato a Milano.

Ma tra i miei propri (logici) pensieri e la realtà c’era di mezzo l’imponderabile mare dei meandri burocratici dell’Ospedale Militare.

Fino ad allora avevo saggiato gli Ospedali Militari di Torino (in Febbraio) e Milano (Marzo). Nel primo caso una notte (dovuta all’assenza del dirigente che doveva firmare la licenza) e nel secondo quattro notti per la lentezza burocratica. Ora questi due ospedali sono molto grandi, tra i più importanti d’Italia (mi riferisco ai tempi e al mondo ospedaliero militare). Quello di Bolzano era piccolo ed ancora gestito dalle suore.

L’impatto fu ottimo: stanze non troppo grandi (una quindicina di ricoverati), tutto molto pulito, cibo accettabile e si mangiava pure nei piatti di ceramica! Gli orari dei pasti erano un po’ bizzarri, è vero (pranzo alle 11.00, cena alle 16.00…!), ma si stava bene.

Quello che accadde poi mi fece pensare di essere stato catapultato in una dimensione kafkiana. Arrivai di martedì. Pensai che l’indomani sarei stato visitato. Invece nulla. Così come il giovedì. Chiesi lumi sui tempi. Mi risposero che all’interno dell’Ospedale non c’era un ortopedico militare e che quindi sarei stato visitato da un ortopedico “civile” che ogni settimana passava per visitare i soldati infortunati. La cosa mi parve assurda, visto che un gran numero di degenti soffriva per patologie legate all’apparato osteomuscolare. Ma tant’è. Passarono così anche il venerdì e il weekend. L’ambiente non era male, ma ci si annoiava. E così oltre a “grandi” letture (giravano solo fumetti, i più strani che abbia mai visto!) l’unico modo per passare il tempo era dormire. Cosa che – per un fatto o l’altro – nei mesi precedenti ero riuscito a fare un gran poco. Oltretutto il sonnambulismo sembrava essere annoiato anch’esso e non feci alcun “spettacolo” notturno.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Stazione FFSS di Bolzano

Finalmente arrivò il lunedì 6 ottobre, e con esso il tanto sospirato medico ortopedico “civile”. Questo personaggio – atteso come un Messia – in realtà di “civile” non aveva nulla. Quando entrai nello studio non mi degnò di uno sguardo, né tanto meno contraccambiò il mio educato saluto. Mi disse solo seccamente di sdraiarmi sul lettino, dopo avermi chiesto cosa avessi. Io gli dissi che avevo il ginocchio bloccato (era leggermente flesso di 30°), che mi faceva male e lo ragguagliai sull’infortunio che avevo avuto ad Aosta e sulla diagnosi fattami di rottura del legamento.

Per tutta risposta questo “medico” girò intorno al lettino, guardando il ginocchio. Sì, “guardando” perché nemmeno lo sfiorò. O era un mago dotato di raggi X negli occhi, oppure… cos’era? Fece una smorfia e mi ordinò di rivestirmi. Uscii.

Ma era stata una visita quella? Non sapevo se era maggiore la rabbia o lo sgomento. Ma che razza di modo era quella di “visitare”? Su quali basi avrebbe potuto darmi una licenza di convalescenza o rimandarmi al corpo?

Le mie domande vennero risolte dalla notizia – giunta l’indomani – che avevo ottenuto una licenza di convalescenza di 14 giorni. Mentre trascinando la gamba bloccata e lo zaino in spalla mi accingevo a ritirare la licenza e ad andarmene arrivò la risposta. Il tenente che mi consegnò la licenza mi apostrofò dicendomi “Guarda di non pensare fra 2 settimane di tornare qui, perché non te la diamo più un’altra licenza!”

Ma come? Allora pensavano che fingessi? E come potevano saperlo se nemmeno mi avevano toccato il ginocchio, per vedere se si muoveva se avevo dolore, se era stabile o meno, come fa qualsiasi medico che possa degnamente fregiarsi di tale titolo?

“Guardi che fra pochi giorni verrò ricoverato per la ricostruzione dei legamenti.” Risposi.

Ma ottenni solo un’espressione schifata.

Nessuno poteva venirmi a prendere. Così lentamente e faticosamente feci a piedi la strada fino alla stazione (sarà stato un chilometro, ma a me parve una maratona!), presi il primo treno e tornai a Milano. In stazione venne a prendermi mio padre.

L’odissea era solo all’inizio.

21. continua

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: